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Stampa : da "Repubblica.it"
Inviato da admin_CUSMA il 21/5/2020 18:20:37 (11 letture)

La prof blogger. "La scuola vera non si tocca. E i miei alunni dicono: ci manca"

di ILARIA VENTURI - 19 maggio 2020

La scuola, quella che ora rimpiangiamo, raccontata con ironia: quando arrivi e non trovi l'aula perché sei quella nuova, le supplenze "con il loro sense of humour che Woody Allen spostati proprio". E gli studenti che sono stati a pascolare nel laboratorio di informatica cercando di eludere i firewall della scuola: "E poi arrivo io, apro la porta e mi chiedo se per caso non abbia un calmante per sedarli. Invece sotto il braccio ho la mia unica arma di distrazione di massa: il libro di letteratura". Valentina Petri, 42 anni e 15 di scuola alle spalle, è insegnante di Lettere all’istituto professionale Francis Lombardi di Vercelli. È l'autrice della pagina Facebook “Portami il diario” con oltre 52mila follower. Dai suoi post è nato il libro Portami il diario. La mia scuola e altri disastri in uscita oggi per la Rizzoli. Il 20 maggio, la presentazione in diretta su @RizzoliLibri alle ore 18.

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Professoressa, perché ha cominciato a raccontare la scuola via social?
"Avevo un blog prima di insegnare, poi con le prime supplenze ho cominciato a raccontare quello che mi capitava nelle classi e alla fine ho deciso di aprire una pagina Facebook, inizialmente con uno pseudonimo. Alcuni post, sull'ultimo giorno di lezione, sulla mia furia rispetto all'ultima sparata del governo di turno, sono diventati virali. E così ho continuato, mettendo il mio nome. Tanti colleghi, anche della primaria, mi leggono, i genitori mi scrivono in privato. I miei post, e ora il libro, riportano tutti tra i banchi".

Il libro rievoca lo schema di "Cuore", solo che non siamo più nella scuola post-unitaria.
"Nessuna poetica del buonismo, uso l'ironia. Mi piaceva l'idea del diario, stavolta scritto da chi sta dall'altra parte dei banchi: tu che sei in un'aula coi ragazzi, bella o brutta che sia, con la lavagna multimediale o i gessetti. La scuola è comunque quella cosa lì e volevo raccontarla: una relazione. Quando dai massimi sistemi arrivi a parlare del tipo che mi ha lasciato, prof che faccio? Quando la tua lezione su Leopardi salta perché i ragazzi ti investono con un "prof, quello si è suicidato, lo conoscevamo, ma allora esiste Dio, che senso ha la vita? E tu sei lì, con loro. Poi arrivi anche a Leopardi".

Il romanzo ci ricorda di una scuola malandata, amata, sconnessa, dove si aggirano il Trucido, la Leoparda, il Piallato e Tropposbatti. Ci fa ridere e commuovere. Un mondo che ora è sospeso da oltre due mesi. Cosa abbiamo perso e chi ha perso con la didattica a distanza costretta dal coronavirus?
"L'altro giorno in video un mio studente, di quelli che in aula ti fanno vedere i sorci verdi, ha detto: "Prof, mi manca la scuola". Gli ho detto che avrei fatto lo screenshot di quella sua affermazione per rinfacciargliela l'anno prossimo. Hanno perso loro, perché hanno bisogno di stare insieme, di quel viaggio in pulman per arrivare ogni mattina perché magari lì si innamorano della ragazza dell'altra classe, del ritrovo nell'atrio, dell'aula che è un mondo. Al netto di chi si dice felice senza scuola, a loro manca il rito sociale. E anche a noi, a me mancano moltissimo i ragazzi. Vederli in video e nemmeno tutti insieme non è scuola, la didattica a distanza non lo è. Spero che a qualcuno non venga qualche strana tentazione...".

E cioè?
"Di imporre la didattica a distanza come forma di innovazione in nome della modernità. È solo uno strumento, utile in questa emergenza, ma è necessario ripartire a settembre con la scuola in presenza".

In che modo?
"Non voglio allungare l'elenco del 'siamo tutti virologi in questo Paese'. Dico la mia da insegnante, ma credo che l'unica soluzione reale sia un investimento mostruoso sull'istruzione per formare classi più piccole, da dieci alunni non da 28, stabilizzare gli insegnanti e assumerne di più, investire sull'edilizia. La pandemia ha fatto esplodere problemi atavici di cui si parla nelle sale insegnanti davanti a un caffè da anni. Abbiamo i controsoffitti che crollano, per dire, e non per colpa del virus. Alla fine credo che la soluzione sarà quella di un rientro con guanti e mascherine, con ingressi scaglionati. Lo faremo, non sono polemica rispetto a questo, è necessario rientrare per le famiglie, per gli studenti, altrimenti ne perderemo ancora di più, il problema sarà farli tornare dopo mesi di apatia nelle relazioni. Ma poteva essere un'occasione per risolvere gli atavici problemi. Ormai mi sa che è andata".

Quanti studenti ha perso nelle sue classi in questo periodo di lockdown?
"Più che i numeri dei dispersi, comunque importanti in alcune zone d'Italia, contano quelli che hai perso perché li hai davanti a uno schermo, ma non li vedi. Questi sono molti di più, sono quelli che non riesci a coinvolgere perché magari mentre tu parli si guardano una serie di Netflix. Certo, lo fanno anche a scuola sotto il banco, ma almeno lì li sgami e ne puoi parlare: perché la guardi? E da lì si parte, è italiano anche questo. E così scopri i loro talenti più nascosti, perché spesso ti trovi davanti quello che ha fatto il liceo perché lo volevano i genitori, quello che si è iscritto all'Agrario perché a Vercelli si raccoglie il riso. Se li liberi dalle costrizioni ti regalano cose immense, alcuni miei studenti del professionale scrivono benissimo. Devi solo trovare il modo, che talvolta significa scavare un tunnel, aprire uno stargate. Una mia classe, nel libro, la chiamo il Gangsta Paradise. E io mi sento come Michel Pfeiffer in quel film il cui le tocca fare l’insegnante ai più rissosi ragazzi d’America, solo che lei era un’ex marine".

Due sue classi avranno la Maturità: la ministra Lucia Azzolina ha deciso di farla, condizioni sanitarie permettendo, in presenza. Concorda?
"A me l'idea piace, ovviamente con le garanzie di sicurezza. Per gli studenti è importante. Guardo ai miei al professionale, le ragazze dell'indirizzo Moda hanno un abito da presentare, a distanza non sarebbe la stessa cosa. E poi consenti loro di mettere piede per l'ultima volta in un'aula che non rivedranno mai più. Io li ho salutati un venerdì sera di fine febbraio senza sapere che non li avrei più rivisti. Così li riavrò davanti. E almeno li avrò raccontati: una scuola con una grandissima carica umana, dove vivi mille problemi e grandi frustrazioni, dove t'ingegni e trovi soluzioni. Una scuola non finta come nelle serie televisive, rappresentativa dell'Italia di oggi: multietnica, piena di contraddizioni, con adolescenti, cappellino e Chupa Chups in bocca, che ti sfidano: ma lei prof, cosa vuole da noi?".

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